Con il termine curdo Rojava si indica un’ampia regione autonoma nella Siria del Nord-Est, nata a seguito della rivoluzione del 2012, che viene spesso ricordata solo per la vittoriosa resistenza delle combattenti e dei combattenti, in maggioranza curdi, ai terroristi dell’ISIS. Molto meno conosciuto è il progetto politico nato nel nord-est della Siria: un esperimento di autogoverno fondato sul confederalismo democratico, sul municipalismo libertario, sul pluralismo etnico e sull’emancipazione femminile.
Rojava. Una democrazia senza Stato, pubblicato da Eleuthera nel 2017 e ripubblicato con una nuova prefazione nel 2026, arriva in un momento in cui l’esperienza dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est continua a suscitare interesse ben oltre gli ambienti che da anni seguono il movimento curdo. Il volume non si limita a raccontare una vicenda geopolitica: prova piuttosto ad argomentare perché il Rojava rappresenta non solo un esperimento unico e ancora parzialmente attivo di innovazione politica ma anche un laboratorio di sperimentazione ideale e sociale per la nuova sinistra globale.
La scelta della forma collettiva costituisce uno dei principali punti di forza del libro. Le diverse voci – studiosi, giornalisti, militanti e osservatori diretti – permettono di affrontare il tema da prospettive differenti, evitando una narrazione univoca. Ne emerge un quadro articolato, nel quale convivono analisi teoriche, ricostruzioni storiche e testimonianze sul campo.
Al centro del volume si colloca il concetto di confederalismo democratico, l’elaborazione teorica sviluppata da Abdullah Öcalan a partire da una revisione critica del movimento di liberazione curdo e influenzata, tra gli altri, dal pensiero libertario di Murray Bookchin. Il progetto del Rojava rifiuta l’obiettivo tradizionale dello Stato curdo indipendente per proporre invece una rete di autonomie locali fondate sull’autogoverno, sulla partecipazione diretta e sulla cooperazione tra comunità etniche e religiose differenti.
Uno degli aspetti più interessanti del libro è l’attenzione dedicata alle pratiche concrete. L’esperimento non viene raccontato solo attraverso i principi teorici, ma anche attraverso il funzionamento delle assemblee di quartiere, delle cooperative, delle amministrazioni locali e glocali e del sistema di co-presidenza, che prevede la presenza congiunta di un uomo e una donna nei principali incarichi politici. L’emancipazione femminile non appare come un tema accessorio, ma come uno dei pilastri dell’intero progetto.
Il volume affronta però anche le difficoltà e le contraddizioni dell’esperienza. Il contesto di guerra permanente, le tensioni con il governo siriano, le offensive militari turche, la dipendenza dagli equilibri geopolitici internazionali e la necessità di mantenere strutture militari efficienti pongono interrogativi inevitabili sulla possibilità di sviluppare un modello realmente alternativo in condizioni tanto eccezionali.
È proprio questa attenzione ai limiti a distinguere il libro da molte pubblicazioni di carattere esclusivamente militante. Pur mostrando una chiara simpatia per il progetto politico del Rojava, gli autori non ignorano i problemi che accompagnano ogni tentativo di costruzione istituzionale in un territorio attraversato dalla guerra e dalle rivalità regionali.
La scelta di Eleuthera di riproporre il volume si inserisce inoltre nella lunga attenzione della casa editrice per il pensiero libertario e le esperienze di democrazia dal basso. Non è casuale che il catalogo dell’editore comprende molte opere del filosofo politico ed ecologista americano Murray Bookchin. In questa prospettiva, il Rojava non viene letto come un’esperimento esotico, ma come uno dei più importanti tentativi recenti di realizzare una società ecologica e libertaria.
La nuova edizione di Rojava. Una democrazia senza Stato ha il merito di riportare l’attenzione su un’esperienza che rischia di essere oscurata dall’evoluzione della crisi mediorientale. Il libro non pretende di offrire una risposta definitiva sulla sostenibilità del modello del Rojava. Piuttosto, invita il lettore a considerarlo come un progetto ideale e sociale il cui interesse va ben oltre il destino della regione in cui è nato.
Tra le macerie di una delle guerre più devastanti del XXI secolo è nato un esperimento che ha cercato di sostituire alla logica del potere quella della partecipazione. Qualunque sarà il suo futuro, il Rojava dimostra che anche nei luoghi più segnati dalla violenza possono nascere idee capaci di rilanciare a livello globale il progetto politico democratico, progressista e libertario.



