L'ILLUSIONE MERITOCRATICA
di Francesco Codello
Il testo prende le mosse da un assunto semplice ma radicale: la meritocrazia, lungi dall’essere un principio neutro e virtuoso, è un’ideologia che reifica e legittima le disuguaglianze sociali. L’autore riprende come punto di riferimento storico la distopia descritta da The Rise of the Meritocracy, 1870–2033 di Michael Young (1958), nella quale un sistema sociale fondato sul riconoscimento «scientifico» del merito — inteso come intelligenza — produce una nuova élite, rafforzando una piramide sociale rigida.
Nel suo saggio, Codello sostiene che oggi la meritocrazia non è solo irrealizzabile (perché si basa sulla premessa falsa dell’uguaglianza delle condizioni iniziali), ma è anche politicamente e moralmente indesiderabile. Essa tende a naturalizzare la disuguaglianza: chi ha successo viene percepito come «meritevole», chi non ce la fa come «colpevole» della propria posizione.
Struttura dell’argomentazione
Il libro si articola in quattro capitoli — “Genealogia di un concetto”, “Uguaglianza: dei punti di partenza, delle opportunità o dei risultati?”, “Le implicazioni della meritocrazia” — seguiti da una sezione di “Conclusioni provvisorie”.
Genealogia di un concetto: traccia la storia intellettuale e sociale della meritocrazia, mostrando come essa si sia affermata — anche in ambienti progressisti — come alternativa al vecchio sistema clientelare o aristocratico.
Uguaglianza: punti di partenza vs opportunità vs risultati: mette a fuoco la differenza cruciale tra uguaglianza formale (o di opportunità) e uguaglianza reale — evidenziando come la prima sia spesso presentata come sufficiente, mentre in realtà perpetua le disuguaglianze di fatto.
Implicazioni della meritocrazia: mostra come la meritocrazia alimenti la dinamica competitiva nelle relazioni sociali, nel lavoro, nella scuola, generando una spinta alla valutazione, alla quantificazione, alla gerarchizzazione.
Conclusioni provvisorie: invita a un ripensamento radicale — non per cancellare il merito tout court, ma per rimetterlo all’interno di una cornice di solidarietà, cooperazione, equità reale.
Il merito come concetto indeterminato
Codello mostra che «merito» non è un valore oggettivo: dipende da criteri sociali e culturali che variano. L’esempio che riporta — un ragazzo con i migliori voti definito “il migliore”, una ragazza con sindrome di Down definita “la più gentile” — illustra come la valutazione del valore umano resti arbitraria se si riduce tutto a un sistema di misurazione formalistico.
Ridurre il merito a parametri quantificabili equivale a privilegiare conformismo, standardizzazione, ripetitività — ed escludere la complessità delle sensibilità, della cooperazione, della pluralità delle intelligenze umane.
Naturalizzazione della disuguaglianza
Nel sistema meritocratico, le disuguaglianze sociali passano da effetto contingente a dato naturale: i “vinti” non sono tali per un contesto iniquo, ma perché «non meritano». Ciò legittima il potere dei “vincitori” e stabilizza le gerarchie in forma permanente.
L’adesione a tali dinamiche produce effetti materiali (disuguaglianza economica, esclusione sociale) ma anche psicologici: senso di inferiorità, demoralizzazione, accettazione della propria subordinazione come “giusta”.
Meritocrazia come dispositivo di dominio
La meritocrazia, secondo Codello, non rappresenta affatto un’alternativa al privilegio; è piuttosto un dispositivo — moderno e sofisticato — di legittimazione del potere. Al posto della nobiltà per nascita, noi abbiamo oggi una “nobiltà del talento” confermata da punteggi, prove, titoli: un’aristocrazia del merito.
Così, “governo dei migliori” significa governo di chi si adegua ai criteri della misurazione, non chi ha maggiore umanità, cooperazione, empatia. In questo senso, la meritocrazia è – nella logica libertaria – un inganno ideologico che rende invisibili le relazioni di potere e le disuguaglianze strutturali.
Il libro, per scelta dell’autore, rimane prevalentemente riflessivo e diagnostico: non propone un modello alternativo organico di società. Codello infatti si dichiara consapevole di offrire solo «conclusioni provvisorie» e di voler stimolare domande più che fornire risposte definitive: un approccio, coerente con uno spirito libertario e aperto.
Per chi, come me, guarda la società dal punto di vista della libertà individuale, dell’uguaglianza reale, della solidarietà e dell’autogestione — cioè secondo una visione libertaria-socialista — “L’illusione meritocratica” offre un contributo importante.
Smonta l’ideologia dominante della competizione meritocratica, mostrando come essa serva il potere, non la giustizia.
Invita a recuperare valori alternativi: cooperazione anziché competizione, diversità delle sensibilità anziché standardizzazione, riconoscimento del bisogno e della solidarietà anziché esclusività del merito.
Offre un invito — e una sfida — a ripensare le istituzioni educative, lavorative, sociali, in funzione di una vera democrazia partecipativa e non di un’economia di mercato con gerarchie meritocratiche.
In questo senso, il libro si inserisce in una tradizione critica libertaria che riconosce come il discorso del merito sia uno degli strumenti ideologici più efficaci per consolidare potere e disuguaglianza.
L’illusione meritocratica non è un trattato sistematico, né un manifesto politico completo. È un pamphlet — breve, diretto, incisivo — che mette in discussione un assioma oggi dati per scontato: il merito come fondamento legittimo di potere e ricompensa.
La sua forza sta nella lucidità della critica, nella radicalità della domanda che pone: se la meritocrazia è il “mantra salvifico” che attraversa ogni discorso — politico, educativo, economico — allora forse non possiamo limitarci a rifiutarla, ma dobbiamo puntare a immaginare e costruire un altro orizonte: una società in cui la diversità delle competenze, dei bisogni e delle sensibilità non sia compressa in parametri quantitativi, ma venga riconosciuta, valorizzata, compensata in dignità.
L’opera di Codello rappresenta un czontributo prezioso: un invito a non dare per scontato ciò che appare ovvio, a non accettare la gerarchia come naturale, a difendere il valore della cooperazione, dell’eguaglianza reale e della piena libertà individuale.
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