Il silenzio degli innocenti (The silence of the lambs: le parole del titolo sono anche le parole finali del romanzo, cosa da non sottovalutare per l’intero della narrazione) è uno dei thriller, giustamente, più fortunati del secolo scorso (è del 1988) e porta la firma, come è noto, di Thomas Harris. Il romanzo si pone in un itinerario che era cominciato nel 1975 con Black Sunday e che era proseguito con gli altri successi degli anni Ottanta. Proprio del 1981 è Red Dragon (Il delitto della terza luna), dove c’è per la prima volta il personaggio di Hannibal Lecter, che nel Silenzio degli innocenti è un personaggio chiave, seppur in un modo piuttosto particolare[1].
Qual è la particolarità a cui alludiamo? Lecter, pur essendo uno dei personaggi più iconici e impressionanti degli ultimi decenni, non è il protagonista assoluto della scena del romanzo, che si snoda invece tra la crescita di Clarice Starling e l’oscurità di Buffalo Bill, l’altro serial killer del romanzo rispetto a Lecter, con Jack Crawford a fare da comprimario. È una scelta questa che riguarda Lecter a essere oltre che coraggiosa anche narrativamente interessante, perché riesce a mantenere in equilibrio l’intera vicenda, che sarebbe stata senz’altro fagocitata dalla presenza più massiccia di Lecter stesso.
Essendo Il silenzio degli innocenti un romanzo (e forse soprattutto un film[2]) noto ai più, non ha senso qui proporne un riassunto o qualcosa di simile. Ha più senso, invece, cercare di vederne qualche pregio (e magari qualche difetto), indagandone alcuni gangli interni, cercando come sempre di capire se è da considerare letteratura o meno. Non è, naturalmente, letteratura per gli intellettuali, quelli che girano con libri impegnati sotto al braccio o che scrollano la testa soltanto all’idea, con energia altrimenti insospettabile, se non per difendere l’onore di Proust, quegli stessi che al massimo si indignano, ma che nei confronti della realtà sono ormai inerti.
Un primo aspetto interessante della narrazione di Harris è l’uso dei tempi verbali[3]. Non è questo un mero espediente estetico, quanto una tecnica ben precisa, per ancorare la vicenda e il lettore a un qualcosa che è ancora presente e che non appartiene semplicemente al passato remoto della narrazione. Inoltre, questo stesso stratagemma viene utilizzato anche, e forse soprattutto, per i luoghi, cosicché il lettore può immergere ancora di più la storia nella realtà, aumentando il pathos che il romanzo trasmette. E, perché no, anche la paura[4]. Se un luogo non è soltanto qualcosa di appartenente al passato, ma è ancora lì, esattamente come lo era prima di quanto vi è accaduto, o anche dopo, vuol dire che da un lato quello stesso luogo è indifferente rispetto al tempo e dall’altro che ciò che vi è accaduto potrà di nuovo accadere. Insomma, il terrore si fa in qualche modo oggettivo: può davvero accalappiare tutti.
Un altro aspetto interessante è il rapporto tra il romanzo e il film. Alle volte il film sembra scorrere meglio, perché ha in qualche modo subito un processo di asciugatura in alcuni snodi che lo richiedevano. D’altra parte, alcuni passaggi del film risultano però un po’ slegati, un po’ senza contesto, rispetto al romanzo. Ad esempio, nel film viene omesso il fatto che Starling abbia una formazione in psicologia e che per questo viene inviata a parlare con Lecter: nel film, saltando questo passaggio, rimane soltanto il fatto che Starling è una giovane donna e che ha un passato che potrebbe solleticare l’appetito insaziabile di Lecter. Viceversa, l’aver tolto dal film la moglie morente, e poi morta, di Crawford ha senz’altro asciugato la storia, togliendo dall’interesse latente del navigato Crawford verso la giovane Starling il lutto dell’uomo, dapprima per la malattia e poi per la morte della moglie, rendendolo in qualche modo più genuino.
Sì è detto di Starling. Il suo personaggio è davvero molto interessante, anche in considerazione del fatto che è piuttosto in anticipo sui tempi. Si dovranno infatti attendere gli anni Novanta per avere protagoniste dello stesso impatto di Starling: si pensi, ad esempio, a Dolores Claiborne di Stephen King o a Il senso di Smilla per la neve di Peter Høeg, fra gli altri. Starling tiene magnificamente la scena, con la sua crescita, il suo passato tremendo e la sua voglia di riscatto dal medesimo, ma anche con il suo essere il contraltare rispetto ai personaggi maschili del romanzo, che in qualche modo si sono già dovuti sporcare con la vita prima di questa storia.
Tutto questo, e molto altro, concorre alla formazione di un romanzo senz’altro equilibrato, modernissimo e che se non configura Thomas Harris come “il miglior autore di suspence che ci sia oggi” (The Washington Post), almeno lo ha consacrato come uno dei maestri del thriller contemporaneo, thriller che ha senz’altro segnato quella fine di secolo e che ancora è in grado di parlare molto bene e approfonditamente al lettore di oggi.
[1] Con il tempo, si perderà la genuinità del personaggio di Hannibal Lecter, soprattutto dopo il successo del romanzo che stiamo analizzando. Hannibal tornerà nell’omonimo romanzo, comunque con buone punte narrative, e nel prequel Hannibal Lecter, le origini del male, tutti trasposti cinematograficamente.
[2] Il film vanta perfino una parodia demenziale, Il silenzio dei prosciutti, un film di Ezio Greggio del 1994, con un cast di un certo rilievo.
[3] Nella Prima prefazione a On Writing, Stephen King prende atto che “nessuno chiede mai del linguaggio. […] non lo chiedono agli autori popolari”. Stephen King, On Writing, pag. IX, trad. it. di Tullio Dobner, Sperling & Kupfer editori, Milano, 2001. Il linguaggio, invece, è sempre centrale: ma vaglielo a spiegare al Mainstream e a chi ne fa le veci (e, a volte, le feci)!
[4] Interessante, a questo proposito, il giudizio riportato sulla quarta di copertina dell’edizione cartonata italiana (la Terza, nella fattispecie), edita da Mondadori, ripreso da Publishers Weekly: “Harris sa creare il terrore come pochissimi scrittori sanno fare: il lettore che si mette nelle sue mani perderà il sonno e rischia di aver bisogno immediatamente di un seguito”.
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