La parola e la rompighiaccio.
Breve considerazione su Il senso di Smilla per la neve.
Emiliano Sabadello
Ci si può chiedere il senso di una critica di un romanzo uscito più di trenta anni fa e che in questi tre decenni ha venduto milioni di copie in tutto il mondo. È pacifico farlo e chi scrive lo ha fatto per primo[1]. Quindi, più che una critica, quello che segue è un tentativo di spiegarla, cercando al contempo però di rimanere fuori sia dal mainstream e sia da quell’impostazione disimpegnata di non-azione sulla realtà che nella cultura ormai impera world-wide. Il tutto in circa 7500, si spera non fredde, battute[2].
La bellezza del libro di Peter Høeg è anche il suo, forte, limite. Far muovere la scrittura al ritmo di una rompighiaccio nell’Artico non è un’operazione troppo semplice da attuare ed è anzi qualcosa che scrittori molto blasonati non sono in grado di fare. Però, se poi questa interessante operazione viene messa al servizio di un thriller, la sua positività non può far altro che ribaltarsi nel suo contrario, anche se c’è da dire che non tutti i thriller scandinavi hanno poi mantenuto questa questione del ritmo, cosa che ancora una volta ci fa vedere come l’operazione di Høeg sia comunque da apprezzare, nonostante i suoi limiti intrinseci. Di questo problema del ritmo è parte non ultima la scelta di raccontare la vicenda in prima persona, dal punto di vista di Smilla, che non convince fino in fondo. Se è vero che Smilla ha un’innegabile parte mascolina, che viene alla superficie e che le fa vincere i propri limiti, o quelli che la società le imporrebbe, è però altrettanto vero che non è facile per un uomo mettersi in una prima persona femminile, perché non è semplice comprenderne la ciclicità. E, infatti, la vicenda di Smilla è del tutto lineare (o quasi). Un breve confronto con un altro romanzo coevo a quello di Høeg potrà chiarire la questione. Stiamo parlando di Dolores Claiborne di Stephen King, che è tutto sommato un altro thriller, nel quale il punto di vista di Dolores è, attraverso il suo linguaggio peculiare, del tutto centrato, non apparendo mai artificioso o costruito o ancora farraginoso, come invece alle volte accade ne Il senso di Smilla per la neve[3]. Certo, si dirà, King è uno scrittore di razza che quando trova la vena giusta la percorre al meglio delle sue capacità, ma non è soltanto questo: perché in molti, quando si tratta di un personaggio femminile, soprattutto se forte, preferiscono farsi aiutare, pur di non cadere in troppe esteriorità[4].
Il problema principale del romanzo è che al lettore non viene quasi mai lasciato spazio e che non c’è di conseguenza ritmo nelle vicende: tutto è troppo palesato. Questo movimento lento, questo continuo fermarsi sulle minuterie, anche se ben descritto, è più di un accidente e anzi rappresenta proprio quel tentativo di cui si è già accennato di far muovere la scrittura come una rompighiaccio. E se da un punto di vista storico-sociale (la condizione degli immigrati groenlandesi) la cosa può funzionare, il ghiaccio dell’indifferenza in questo caso è stato cioè almeno scalfito, dal punto di vista della parola purtroppo non si può dire altrettanto. Si misura forse qui tutta la distanza tra il mondo di Smilla/Høeg e l’altro, quello che lo vede e lo legge attraverso il filtro del tempo, dello spazio e della traduzione. Molto spesso, infatti, si fa fatica a procedere nel romanzo di Høeg, in un clamoroso stridore con quanto ne scrissero i giornali al momento dell’uscita: l’edizione che si è usata riporta alcuni stralci di quegli articoli, che possiamo quindi brevemente prendere in considerazione. Scrive il Newsweek nel settembre 1993 che il romanzo “è un thriller che non ha paragoni”, mentre nello stesso anno il New Yorker dice che “la verità del tono, più ancora che il senso dell’avventura, è ciò che tiene inchiodato il lettore”, mentre nel giugno dello stesso anno Publisher Weekly aveva scritto che il romanzo ci offre uno “stile impeccabile” che “ci fa capire […] un mondo a noi del tutto sconosciuto”[5].
Questo, ci consente di parlare anche de Il senso di Smilla per la neve dal lato dell’operazione editoriale che l’ha riguardato. La storia editoriale vera e propria del romanzo inizia nei primi giorni del 1993, quando viene presentato agli editori in lingua inglese, allegando a quella traduzione anche un’immagine mitica dell’autore, del quale si sapeva “soltanto che, prima di iniziare a scrivere, è stato ballerino, schermitore, marinaio”, oltre che naturalmente viveva “appartato e senza telefono nei sobborghi di Copenaghen”[6]. Il successo è, come detto, immediato e travolgente, meritato perché editorialmente costruito, segnando una tappa importante nella sussunzione dell’editoria, e quindi del pubblico, alle ancora (allora) non troppo perfette logiche neocapitalistiche.
Ma veniamo, infine, un po’ alla storia del romanzo e cerchiamo di vederne i limiti per così dire in atto. Molto interessante è la dimensione della critica alla modernità che si esplica nella distanza incolmabile tra la “Prigione Occidentale”[7] e la Groenlandia. Smilla è una donna che probabilmente non avrà figli (da qui l’attaccamento a Esajas, il bambino la cui morte è l’innesco di tutta la storia), che è in qualche modo infetta della modernità, in contrasto con la libertà assoluta della madre cacciatrice. A Smilla non resta che una libertà dei costumi, che lei si vive in maniera davvero spregiudicata, come una cornice dentro la quale inserirci l’intera sfera sentimentale. Smilla è essenzialmente un’apolide, perché non può più avere casa in mezzo ai ghiacci (anche se ha mantenuto il suo particolare rapporto con la neve) e non vuole averla in città; sarebbe considerata infetta nel suo piccolo mondo antico ed è considerata viceversa un’estranea nel suo piccolo mondo moderno. Le resta davvero poco, su cui basare la propria esistenza ed è disposta a mettere a rischio anche questo poco, pur di scoprire chi c’è dietro la morte di Esajas. Alla fine, “non ci sarà nessuna conclusione”[8] e tutti rimarremo sospesi circa il destino della donna e dell’intero mondo che le gravita attorno. E forse questa misura nella conclusione della storia è fra le cose che si apprezzano di più dell’intero romanzo.
[1] Si possono leggere, a tal proposito, due recensioni. 1) Blog Mescalina, https://www.mescalina.it/libri/recensioni/peter-hoeg/il-senso-di-smilla-per-la-neve; 2) Martina Nicelli, https://ventiblog.com/il-senso-di-smilla-per-la-neve-e-altre-letture-estive/
[2] Dovrà restare fuori dalle considerazioni del presente articolo il film che è stato tratto dal romanzo. Uscito nel 1997, per la regia di Bille August, autore di altri ottimi film, vede Julia Ormond nel ruolo di Smilla e Gabriel Byrne in quello del meccanico, probabilmente l’uomo della sua vita. Il film nel complesso è buono, pur discostandosi in alcune cose dal romanzo e dai caratteri dei personaggi. È da consigliare, inoltre, la lettura di un altro romanzo di Høeg, I quasi adatti.
[3] Sulla vicenda di Dolores Claiborne, mi permetto di rimandare al mio Il male maggiore, pp. 72-101, Alter Ego, Viterbo, 2021.
[4] È il caso, ad esempio, di Massimo Troisi, i cui splendidi caratteri femminili sono frutto della collaborazione con Anna Pavignano.
[5] Per questi e altri contenuti, si confronti la quarta di copertina della prima edizione italiana.
[6] Si veda sempre la già citata quarta di copertina.
[7] Peter Høeg, Il senso di Smilla per la neve, p. 9, trad. it. di Bruno Berni, Mondadori, Milano, 1994. Cito dalla prima edizione italiana.
[8] Peter Høeg, Op. Cit., p. 446.




