Quarant’anni, per una casa editrice, sono già una storia; per elèuthera sono qualcosa di più: sono la dimostrazione che si può attraversare il mercato editoriale senza lasciarsi interamente determinare dalle sue regole, pubblicare libri senza considerarli semplicemente prodotti, costruire un catalogo senza trasformarlo nell’inventario di ciò che in un determinato momento “vende”.
Dal 1986 elèuthera naviga, come ama dire, verso «l’isola dell’utopia che (ancora) non c’è». Una navigazione dichiaratamente a vista, fatta di tentativi, deviazioni, ritorni, incursioni. Ma proprio per questo tutt’altro che casuale. Perché dietro quei quarant’anni c’è una rotta assai riconoscibile: offrire spazio a un pensiero libertario plurale, non dogmatico, capace di mettere continuamente in discussione il principio d’autorità e di guardare alla società da punti di osservazione laterali, spesso scomodi. È la stessa casa editrice a definirsi non come un’impresa nata per produrre libri destinati a «incidere sul fatturato», ma come un progetto culturale libertario, nel quale ciascun volume costituisce una tessera di un mosaico più ampio.
E quel mosaico, quarant’anni dopo, impressiona: 400 titoli, 107.802 pagine, quasi trecento autrici e autori, soprattutto un patrimonio di idee che ha attraversato confini geografici, disciplinari e generazionali.
Basta scorrere alcuni nomi per comprendere la qualità dell’impresa. Kurt Vonnegut, Ursula K. Le Guin, Murray Bookchin, Colin Ward, Marc Augé, Noam Chomsky, Ivan Illich, Christopher Lasch, David Graeber, Marshall Sahlins, Pierre Clastres, Shahram Khosravi, James C. Scott, Bruno Latour, Serge Latouche, Guy Debord, Albert Camus, Cornelius Castoriadis, Goffredo Fofi, Franco La Cecla, Marco Aime, Enrico Baj: mondi diversi, talvolta anche lontani tra loro, tenuti insieme non dall’appartenenza a una scuola, ma dall’insofferenza per le risposte già confezionate.
È probabilmente questo uno dei meriti maggiori di elèuthera: aver fatto del libertarismo non un recinto ideologico, ma uno strumento critico. Un modo di guardare il potere, la città, l’antropologia, l’economia, l’educazione, i confini, l’ecologia, le relazioni umane. In altri termini, la libertà non come formula da esibire, ma come interrogazione permanente.
Tra le figure che sentiamo più vicine c’è naturalmente Goffredo Fofi. E non soltanto per il posto occupato nella cultura italiana, ma per quella sua irriducibile disposizione a stare nei margini senza farne una posa intellettuale. Fofi ha sempre praticato una critica che non chiede permesso, diffida delle liturgie culturali e guarda prima di tutto agli esseri umani, alle minoranze, agli esclusi, alle periferie materiali e intellettuali. Non sorprende che il suo percorso abbia incontrato quello di elèuthera. Su DecoderNews Biblia abbiamo avuto modo di tornare su di lui anche recensendo Da pochi a pochi: parlarne significava misurarsi con un’idea di cultura che non vuole occupare il centro della scena, ma mettere in relazione persone, esperienze e coscienze.
E poi Murray Bookchin, presenza fondamentale nel catalogo. L’ecologia della libertà, primo titolo pubblicato da elèuthera nel 1986 e continuamente ristampato, è quasi una dichiarazione programmatica involontaria della casa editrice: la questione ecologica non separata dalla questione sociale, il dominio sulla natura letto insieme alle strutture di dominio tra gli esseri umani, la libertà come costruzione sociale e non come solitudine proprietaria dell’individuo. Non casualmente quel libro ha attraversato tutte le stagioni grafiche della casa editrice ed è rimasto, quarant’anni dopo, uno dei simboli più riconoscibili del suo percorso.
Bookchin appartiene a quella categoria di autori che obbligano a fare i conti con una domanda semplice e terribile: possiamo davvero immaginare un mondo ecologicamente diverso lasciando intatte le gerarchie economiche, sociali e politiche che hanno prodotto quello presente? È una domanda libertaria prima ancora che ambientalista. Ed è precisamente il genere di domanda che elèuthera ha continuato a disseminare attraverso i propri libri.
Nella stessa costellazione troviamo Emma Goldman, forse una delle più straordinarie incarnazioni storiche dell’idea che libertà individuale ed emancipazione collettiva non possano essere separate. Amore, sessualità, condizione femminile, lavoro, autorità, Stato: in Goldman ogni ambito della vita diventa terreno politico proprio perché nessuna rivoluzione può dirsi tale se, liberando astrattamente “la società”, lascia gli individui prigionieri delle vecchie subordinazioni.
E poi Pëtr Kropotkin, il cui Mutuo appoggio continua a rappresentare un antidoto potentissimo alla favola secondo cui competizione, sopraffazione e guerra di tutti contro tutti sarebbero inscritte nella natura umana. La cooperazione, ci ricorda Kropotkin, non è un sentimento domenicale: è una forza storica, sociale e perfino evolutiva. In un tempo che vorrebbe convincerci che l’unico rapporto possibile tra gli esseri umani sia quello tra concorrenti, riscoprire Kropotkin significa già compiere un gesto culturalmente sovversivo.
Sono autori e libri ai quali anche DecoderNews Biblia ha dedicato attenzione e recensioni, perché in quel catalogo abbiamo spesso incontrato ciò che cerchiamo nel nostro lavoro quotidiano: non testi da celebrare devotamente, ma libri capaci di provocare una discussione. Recensire elèuthera, per noi, non ha mai significato compiere un atto di cortesia verso una casa editrice amica. Ha significato partecipare, nel nostro piccolo, alla circolazione di idee che meritano di uscire dalla nicchia specialistica e di essere rimesse in movimento.
C’è poi un altro elemento che non andrebbe considerato accessorio: la forma del libro. Elèuthera ha sempre saputo che una politica editoriale passa anche dalla grafica, dalla copertina, dalla tipografia, dal modo in cui un oggetto arriva nelle mani di chi legge. Un buon libro, per incidere davvero, deve essere anche un bel libro. E la bellezza, quando non diventa decorazione o lusso, è anch’essa una forma di rispetto verso il lettore.
Per celebrare i quarant’anni elèuthera ha scelto significativamente un’espressione: “fare comunità”. Ci sembra difficile trovarne una migliore. Perché una comunità libertaria non è un esercito schierato dietro una bandiera, non pretende uniformità, non misura l’appartenenza sulla fedeltà a un catechismo. È piuttosto un luogo nel quale differenze e dissensi possono convivere senza che qualcuno debba trasformarsi nel custode dell’ortodossia.
Amedeo Bertolo lo aveva detto con parole che oggi sembrano persino più necessarie: «Siamo diversi, sì. E dobbiamo restarlo». Diversi perché resistere all’omologazione è già una pratica di libertà.
Quarant’anni dopo, forse è proprio questa la cosa più bella da augurare a elèuthera: di continuare a essere diversa. Di continuare a pubblicare libri che non sappiano stare composti negli scaffali delle convenienze culturali. Di continuare a cercare autori che disturbano, domande che complicano, idee che non chiedono autorizzazioni.
E di continuare, soprattutto, a navigare verso quell’isola dell’utopia che probabilmente non raggiungeremo mai.
Perché in fondo il valore dell’utopia non è possederla, è impedirci di accettare come inevitabile il luogo nel quale ci troviamo.
Buon quarantesimo compleanno, elèuthera.
Enzo e Martino
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