La «tormenta» citata nel titolo è una categoria zapatista: viene da un comunicato dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale: “La Tormenta, la Sentinella e la Sindrome della Vedetta”. Siamo nel Chapas, in Messico, nell’aprile 2015 e con questo comunicato — firmato dal subcomandante Moisés — l’E.Z.L.N. annunciava di veder arrivare la catastrofe. Dieci anni dopo, Raúl Zibechi raccoglie in volume alcuni testi che provano a rispondere alla domanda successiva: e dopo?
Zibechi uruguayano, classe 1952, giornalista, è autore di una ventina di libri quasi tutti dedicati — una battaglia dopo l’altra — alle lotte delle comunità e dei popoli che si rifanno al progetto zapatista. Già nel 1998 la casa editrice Elèuthera aveva pubblicato un altro suo testo: Il paradosso zapatista.
Dopo la Tormenta si sviluppa in otto capitoli suddivisi in due parti. La prima, inquadra la crisi: transizione sistemica, collasso di civiltà, decomposizione sociale, mutazione degli Stati latinoamericani in apparati che convivono con il narcotraffico. La seconda, molto più ampia, è il cuore: un capitolo teorico sull’autonomia integrale, uno sul fallimento del progetto marxista che proponeva la centralizzazione dei mezzi di produzione, uno sulla spiritualità, e poi tre reportage — i Guaraní Mbya nel Sud di São Paulo, i governi autonomi dell’Amazzonia peruviana, i Garifuna dell’Honduras — più un bilancio dell’impatto dello zapatismo sul continente.
Zibechi è un giornalista ancora prima che un teorico, e si vede. Le pagine più originali sono quelle in cui arriva in un posto e racconta.
Kalipety, villaggio guaraní mbya nella Mata Atlântica a due ore da São Paulo: niente centro storico, le case si adattano al terreno senza abbattere gli alberi, quasi tutti camminano scalzi. Nella casa della preghiera — la opy — le donne stanno intorno al fuoco e preparano le pipe rituali, gli uomini suonano all’estremità opposta, in mezzo si danza per ore ripetendo gli stessi passi. Poi, a sera, i giovani tirano fuori i cellulari. C’è internet, spiega Tiago ridendo: ce l’hanno, ma lo controlla la comunità, due ore al giorno, di sera. È un modo per proteggersi da fuori. Questo dettaglio vale dieci pagine di teoria sulla decolonizzazione: non rifiuto della tecnologia, non adesione, ma regolazione collettiva. E vale anche l’altro dato che Zibechi registra senza enfatizzare: quasi tutti i villaggi hanno abolito la figura del cacicco, sostituendola con un consiglio di ventidue persone di cui dodici donne, perché quel ruolo era un’interiorizzazione della struttura coloniale e patriarcale.
Vallecito, sulla costa caraibica dell’Honduras, dove la comunità garifuna ha recuperato mille ettari su cui i narcotrafficanti avevano una pista di atterraggio. Hanno sostituito la palma da olio con il cocco, aperto un oleificio a spremitura a freddo, allestito case della salute ancestrale, e stanno costruendo un’università rotonda: un edificio composto da tre anelli concentrici, con un albero al centro. Miriam Miranda, coordinatrice dell’OFRANEH (Organizzazione Fraterna Nera Honduregna), spiega perché rotondo: perché tutto sia collegato, non spezzettato come le specializzazioni che servono solo a far guadagnare qualcuno.
L’Amazzonia peruviana è il capitolo più informativo. Dal 2015 il popolo wampís ha istituito il primo governo territoriale autonomo; oggi sono nove al Nord e sei al Centro, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a cinquantuno. Zibechi ne ricostruisce la genesi dal Baguazo del 2009 — lo sgombero violento di cinquemila awajún e wampís che bloccavano una strada — attraverso la delusione per la legge sull’autonomia, rivelatasi inapplicabile e dunque inutile. Da lì la conclusione che porta all’autogoverno: lo Stato non è un interlocutore riluttante, è un avversario. Ne escono statuti, censimenti autonomi che correggono quello nazionale, una radio che è un altoparlante a pannello solare, guardie di autodifesa armate di lance tradizionali e fucili artigianali contro le draghe dei minatori illegali.
L’argomento teorico è duplice: Primo: la centralizzazione dei mezzi di produzione nello Stato non supera il capitalismo, lo riproduce generando una classe di gestori che si appropria collettivamente del plusvalore. Zibechi lo documenta citando Skocpol e Carr — 155.000 funzionari nell’impero zarista, 2,3 milioni nelle istituzioni sovietiche del 1925; 40.000 nella Cina imperiale, otto milioni nel 1958 — e con João Bernardo, il cui Marx crítico de Marx è probabilmente il riferimento meno noto e più interessante del libro per il lettore italiano. Secondo: Zibechi contesta che in America latina esista una tradizione democratica ereditata dalla storia occidentale rivendicando invece che l’idea di avvicinarsi gradualmente ad una società migliore presuppone di avere diritti e una vita rispettata. Chi sta nella zona del non-essere non può prefigurare: può solo sferrare un colpo che cambi di netto la situazione e poi costruire negli spazi che ha liberato. Da qui discende tutto il resto: perché le autonomie latinoamericane siano territoriali, perché debbano essere integrali, perché richiedano l’autodifesa.
Zibechi ammette che alla luce dei numeri che lui stesso fornisce (13.000 wampís, 70.000 awajún, 25.000 guaraní mbya superstiti, 300.000 garifuna in Honduras) queste esperienze sono minoritarie e che potrebbero non smettere mai di esserlo. Ma non affronta mai la domanda che ne discende: che cosa propone l’autonomia integrale all’ottanta per cento di latinoamericani che vivono in città e dipendono da salari, trasporti, ospedali e pensioni che nessuna assemblea comunitaria può fornire? Il paragrafo sull’«economia politica delle rivolte» — le mense e gli orti di quartiere che sostengono i sobborghi finché dura la sollevazione — ci gira attorno, ma una mensa popolare durante una rivolta non è un sistema sanitario.
Il capitolo sulla spiritualità è insieme il più originale e il più scoperto. Zibechi ha facilmente ragione quando dice che un materialismo rigido non può spiegare tutti i comportamenti umani e che l’idea della religione come oppio dei popoli ha fatto danni. Tuttavia chiede alla spiritualità di fare moltissimo lavoro, forse troppo — coesione, filtro della modernità, alimento della resistenza — senza mai chiedersi quando faccia l’opposto.
Dopo la tormenta di Zibechi è un’antologia che porta notizie di posti dove qualcuno sta costruendo qualcosa, e le porta con la precisione di chi c’è andato. L’idea che regge tutto — che l’autonomia non sia una scelta ideologica ma una necessità di sopravvivenza, e che vada guardata come organismo vivo e non come istituzione — è espressa in modo chiaro ed efficace e può appassionare anche i lettori più disincantati e meno utopisti.



