DA POCHI A POCHI. Appunti di sopravvivenza
di Goffredo Fofi
L’arte libertaria del non accettare
Goffredo Fofi consegna un libro che non vuole consolare nessuno. E proprio per questo serve. Non siamo davanti a un trattato sistematico, né a un manifesto ideologico chiuso, né a una raccolta di pensieri ordinati secondo la rassicurante geometria della dottrina; Fofi, del resto, diffida dei sistemi, delle appartenenze pacificate, delle culture trasformate in identità ornamentali. Il suo è un libro irregolare, nervoso, volutamente impuro: un diario politico e morale scritto da chi ha attraversato movimenti, riviste, esperienze educative, battaglie sociali, delusioni e fedeltà senza mai trasformare la propria biografia in monumento.
La nuova edizione elèuthera, con l’introduzione di Vittorio Giacopini, aiuta a liberare Fofi dalla caricatura del “burbero buono” o del moralista inconsolabile. Giacopini coglie bene il punto: quella di Fofi non è una vocazione minoritaria nel senso aristocratico o testimoniale del termine: scrivere “da pochi a pochi” non significa ritirarsi in una setta di puri, ma prendere atto che, in certe epoche, la parola critica sopravvive solo se accetta di circolare sottotraccia, tra minoranze attive, tra soggetti non ancora addomesticati, tra persone disposte a fare della cultura non un consumo ma un esercizio di liberazione. La politica, per Fofi, resta legame con gli oppressi, costruzione di relazioni, ecclesia laica, rete fragile ma necessaria tra chi non si rassegna.
Il cuore politico-libertario del volume sta qui: nel rifiuto simultaneo del potere e dell’impotenza. Fofi non crede più alle grandi liturgie della sinistra organizzata, non si fida dei partiti, ha conosciuto dall’interno le miserie della politica ufficiale e di quella extraparlamentare, ma non scambia la delusione per resa. È troppo facile, dopo ogni sconfitta, rifugiarsi nel cinismo o nella contemplazione estetica della catastrofe; Fofi sceglie invece una posizione più dura: continuare ad agire, anche senza garanzie; continuare a educare, anche senza pubblico di massa; continuare a distinguere, anche quando tutto spinge alla confusione.
Da questo punto di vista, Da pochi a pochi è un libro profondamente libertario perché pone al centro il nesso tra mezzi e fini: non c’è emancipazione possibile se gli strumenti della lotta riproducono il dominio; non c’è rivoluzione degna di questo nome se genera nuovi apparati, nuove caste, nuove ortodossie. Fofi viene da Capitini, da Dolci, da Panzieri, da Morante, da Fortini, da una costellazione di maestri che non gli consegnano una dottrina, ma un metodo: stare con gli ultimi senza parlare al loro posto; fare cultura senza farne una carriera; criticare il potere senza trasformare la critica in rendita personale. La sua non è l’innocenza dell’anima bella, ma la fatica concreta di chi sa che ogni istituzione, ogni gruppo, ogni militanza può corrompersi se smette di interrogare se stessa.
Il libro è anche una requisitoria contro l’Italia della furbizia, del particulare, della falsa innocenza. In pagine spesso feroci, Fofi smonta la retorica della moralità pubblica quando essa viene predicata dall’alto da classi dirigenti screditate, da apparati politici corrotti, da professionisti della denuncia che fanno della denuncia una carriera. La sua critica non assolve le piccole illegalità, ma neppure accetta il ricatto pedagogico di chi chiede disciplina ai deboli mentre il potere continua indisturbato a produrre diseguaglianza, sfruttamento, menzogna. È una posizione limpida: l’etica pubblica non nasce dagli slogan, ma dall’esempio, dall’educazione, dalla coerenza tra vita e parola.
Uno dei bersagli più attuali del volume è la “cultura” ridotta a oppio contemporaneo. Qui Fofi è impietoso. Festival, premi, salotti, supplementi, consumo culturale, buoni sentimenti progressisti: tutto può diventare apparato di neutralizzazione. La cultura, se non inquieta, se non apre conflitti, se non modifica lo sguardo, diventa intrattenimento per coscienze già pacificate, non libera: consola; non forma: decora, non mette in crisi il mondo: aiuta a sopportarlo. In questa denuncia c’è una lezione durissima per la sinistra culturale, spesso bravissima a moltiplicare parole e incapace di generare rotture reali. Fofi non disprezza la cultura; al contrario, la prende talmente sul serio da non sopportarne la riduzione a merce, status, autocompiacimento.
Il suo pessimismo, tuttavia, non è nichilismo, è quello che lui stesso definisce un pessimismo attivo: sapere che la sconfitta è probabile, forse già inscritta nei rapporti di forza, e tuttavia agire lo stesso. “Rompere i coglioni”, direbbe Fofi, non come posa caratteriale, ma come pratica politica minima e indispensabile. Disturbare l’ordine del discorso dominante e non accettare, non lasciarsi sedurre dal successo, non gareggiare secondo le regole del nemico. Fare poco, magari pochissimo, ma farlo bene, con altri, nei margini, nei luoghi dove ancora può nascere un’esperienza di libertà.
Il capitolo conclusivo, significativamente orientato al “che fare”, non offre ricette; propone piuttosto una disciplina dell’insubordinazione: riabilitare il presente attraverso presenze ostinate, costruire nuova alfabetizzazione, agire da ponti tra culture e identità nemiche, individuare terreni di lotta, tenere insieme teoria e pratica, non chiedere agli altri ciò che non siamo disposti a dare noi stessi. Il ritornello decisivo è “non-accettando”: una formula semplice, quasi elementare, ma politicamente enorme. Non accettare il mondo così com’è; non accettare la volgarità del potere; non accettare la complicità mascherata da realismo; non accettare la separazione tra giustizia e libertà.
In questo senso Da pochi a pochi è un libro necessario, soprattutto oggi. Non perché offra speranza facile, ma perché ci sottrae alla peggiore delle tentazioni: credere che, siccome non possiamo cambiare tutto, allora non valga la pena cambiare nulla. Fofi ci dice il contrario. Ci dice che il lavoro politico comincia spesso da piccoli nuclei, da minoranze non settarie, da pratiche quotidiane, da gesti educativi, da riviste, scuole, gruppi, relazioni, letture condivise, comunità provvisorie ma esigenti. La rivoluzione, se esiste ancora, non è l’evento salvifico che chiude la storia: è un processo fragile, intermittente, continuamente minacciato dal potere e dalla nostra stessa stanchezza.
La grandezza di questo libro sta dunque nella sua inattualità. In un’epoca che premia visibilità, semplificazione e adattamento, Fofi difende l’opacità fertile delle minoranze, la fatica del pensiero, la responsabilità della scelta. Parla a pochi, sì, ma quei pochi non sono un rifugio: sono un inizio, e forse, nelle epoche più buie, è proprio da pochi a pochi che ricomincia la possibilità di non essere servi.
Trovi il libro qui: eleuthera



